!XoX?-Episodio III [Ziqqurat] - Va', dammi una spiegazione
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Testo di Candy B. Rose
Design e illustrazioni di Rossana Elena De Rosa

 

“ Rilde lei ha una personalità di un certo spessore, che però necessita di trovare conferme attraverso le piccole soddisfazioni del quotidiano. Le piace essere apprezzata almeno quanto le va a genio che la si rispetti, non può tollerare infatti l’atteggiamento di sua sorella minore Sara, la quale col suo carattere arguto,  peculiare in un certo senso nel periodo post adolescenziale, si rivolge a lei utilizzando appellativi che lei non riconosce consoni essendo più anziana di ben sette anni e la rende oltretutto vittima inerme delle sue scelte sbagliate e infantili, lei quindi si ritrova ad essere anche una madre ulteriore per sua sorella, in una veste che giustamente non le va di indossare ed è per questo motivo che ha sviluppato una maschera cara Rilde, una maschera fatta di debolezze e incertezze che indossa quando non vuole accollarsi nulla che non siano le sue dirette esigenze. Vuole pensare solo a lei, lecitamente, così facendo risulta inutile e inaffidabile agli occhi di sua sorella, cosa che in un certo senso le consente di sentirsi ancora più libera di abusare della sua pazienza, e poi detto tra noi Rilde, a quanto pare lei ha esteso involontariamente il suo atteggiamento remissivo a tutte le adolescenti, l’ha identificato come un -gruppo pericoloso, da temere, da aggirare. Pralina gianduia ? ”

Time in !XoX? : 2:20; Backpack: Empty; Allies: Tomato_flower

—Okay— fece Rilde senza opporsi. Preferiva di gran lunga andare a dormire e mettere il punto a quella giornata così curiosa e fuori dal comune. Ma dov’era Simona? E chi era quella ragazzina arrogante appena conosciuta? Portò il dorso della sua mano destra a sfiorarsi le labbra secche e danneggiate, con principi di sanguinamento un po’ qua e là. Sentì odore di sottobosco, ma torrido e vagamente inospitale. 

Alla fine mi ritrovai nella mia auto in compagnia di una persona viva per miracolo. Avrei tanto voluto vedere la faccia del Dott. Costievic a immaginarmi in quella circostanza dopo il nostro colloquio di routine. Per i primi cinque minuti di marcia regnò il silenzio nell’abitacolo. Per silenzio nel mio scassone s’intendeva il rumore gorgogliante di un aeratore costantemente accesso per mantenere tersi lunotto e parabrezza in inverno, e mantenere viva me in estate. Il vano portaoggetti era fulcro dell’attenzione di Tomato, lo trovava decisamente sordido era chiaro, oltretutto sperava con tutta se stessa di non doverci mai mettere le mani dentro. L’idea mi fece sogghignare. Quella lì era proprio una giornata di merda, scossi il capo facendo quell’analisi sommaria.

– Ti dispiace passarmi una di quelle? – a Tomato parve che io le stessi vedendo nel cervello, per sfotterla.
– Intendi le sigarette adagiate in quel lerciume per metà organico? Sono briciole di biscotti quelle?
– Sì scusa, le prendo io.
– No tu guida, te l’accendo io sennò ci moriamo qui dentro, saresti capace di investire un T-Rex e giurare di non averlo visto.

La zona residenziale era arroccata in modo stratificato su un promontorio che ad ovest affacciava su un grosso lago dal colorito poco invitante e ad est su una macchia di selva incolta e dal colorito discontinuo. Ero partita dalla mia abitazione che non era sita in quella zona lì. Da sempre infatti ero costretta a servirmi delle quattro ruote per ogni esigenza. Alloggiavo con Simona in uno dei fabbricati orribili collocati poco più giù rispetto alla collina. I vecchi la chiamavano la Zona del Secolo, ovvero quella in cui tutti vivevano prima di cominciare a risalire la rocca.

– Non l’ho mai capito questo posto – disse Tomato passandomi la sigaretta accesa, non prima di aver fatto due lunghi tiri.
– Intendi LaVi?
– Sì, voglio dire, in quale altro posto si scala una montagna per beneficiare di servizi e contesti sociali?
– Sono molti invece, ne ho visti molti. Quanti anni hai?
Tomato titubò un secondo tamburellando con le dita sul ginocchio.
– Nineteen e toi?
– Ventisei, ho una sorella della tua età o quasi, in ogni caso teen.
– Dio sei vecchia e pure non sembra, hai belle gambe, te ne davo venti.
– Le gambe?
– Sei carina, anche se tiri sotto diciannovenni sulle strade dissestate.

Non so come le venne in mente ma Tomato portò una mano tra le mie gambe. Di riflesso pigiai sul freno con tutta la mia forza e l’auto si arrestò con violenza. Quel tipo di frenate che si fanno davanti a un precipizio.
– Che… Cosa fai, sei seria?— sbottai.
– Certo, credevo lo volessi.
Feci un tiro lunghissimo che quasi bruciai tutta la sigaretta,  la mano con cui la reggevo tremava nervosa.
– No, non mi sembra il caso, lasciami, stiamo vagando in vista del nulla!
Tomato a quel punto si ritirò su suo sedile. Sperai di non averla offesa in qualche modo, ma dannazione.
– Dai riparti, mi prendo una sigaretta anche io.
Sospirai guardando la mia passeggera con un’espressione che era a metà tra il comprensivo e l’esterrefatto e partii inserendo la prima. L’accaduto non ci impedì però di continuare a conversare, Tomato era un individuo piuttosto resiliente a differenza mia, e fu lei a prendere parola già dopo duecento metri.
– Mi ricordi un’amica che avevo a quindici anni. Una davvero poco sciolta.
– Non è perché sono etero, è che ho altro per la testa. Comunque tu mi ricordi proprio mia sorella in compenso e non è esattamente una qualità.
– Quindi se non stessimo cercando chi cerchi tu, avresti ricambiato?
– Non ho detto questo, non con qualcuno che non conosco e che stavo per uccidere in ogni caso. Io sono così.

“Lei è fatta così Rilde, non può farci nulla. Sto analizzando i suoi stimoli ansiogeni per classificarli in uno schema che va per gradi. La terrò per mano in questo inferno. Insieme riusciremo a uscirne e le prometto che alla fine di questo iter terapeutico lei smetterà di essere scoiattolo e sarà quantomeno una volpe, o un opossum. Pensi in grande, pensi alla fine del percorso, siamo a metà di una montagna, siamo sì in alto e il mondo da qui è bello, ma si figuri la cima…vuole bere qualcosa ? Click -Belinda, ci porti del tè verde e dei manicaretti, teniamoci sul salato – . Procederemo calandoci nelle situazioni che non le piacciono, che trova sgradevoli e che sono fulcro originale delle sue ansie, lì, assoceremo ad esse delle tecniche di rilassamento, dovrà sguazzare nelle sue paure per poterle distruggere. La allenerò ad essere estremamente assertiva, potrà solo beneficiarne.”

– Cerca di non addormentarti Tomato, devo portarti in ospedale una volta finita questa…qualunque cosa sia quello che stiamo facendo.
– No macché, dopo portami a casa.
– Ma, mi dici che ci facevi lì se non ti disturba?
– Sì schiatta, puoi aumentare l’aria, please?
– Devi puntartela contro con questi arnesi.
– Cosa stiamo facendo, dico, sembri alla ricerca di qualcuno o qualcosa.
– Non lo so, è quella cavolo di applicazione. La pioggia di ieri ha reso la strada impraticabile devo procedere lentamente.
– L’urto non è stato un granché quando mi hai presa, procedevi con la stessa andatura, ma a momenti me la facevo addosso e devo essere svenuta. Però guarda i lati positivi lentiggini, hai conosciuto me, l’universo ti ama.
“Si impegni a non diffidare a prescindere dalle nuove amicizie, specie se si tratta di persone più giovani, non può odiare una generazione solo perché lei ha dei problemi comunicativi con Sara. Lasci la sorte consumare ciò che deve…
Ora devo andare, mia moglie ed io abbiamo organizzato una serata con dei vecchi amici, mangeremo indiano. Se vuole può unirsi. Namaste.”
– L’universo mi ama.— ripetei ad alta voce.
– Sì, sii più lieve nel giudicare le tue sventure lentiggini, e per l’amor del cielo se qualcuna ti fa delle avances, prova almeno a beneficiarne piuttosto che pigiare sul freno. Vedi quel freno del cazzo è il freno della tua vita, un freno inibitorio. In breve smettila di frenare…
– Okay, va bene miss psicoanalisi di base.
– Amen,  attivati che sei moscia peggio di Bettina.
– Bettina?
Tomato sospirò e si appropriò di un’altra sigaretta, stavolta senza chiederlo. Tirò giù il finestrino e la piccola nube di fumo generata dall’accensione venne rapidamente risucchiata verso l’esterno, come un’anima discola trascinata con violenza all’inferno. Per un attimo mi sembrò che la mia nuova compagna di viaggio mi stesse guardando come si guarda qualcuno che non sa nulla della vita, con quell’aria insomma di gonfia consapevolezza che solo la certezza di poter edurre qualcuno in merito a qualcosa che non sa, può regalarti.

— Ma come— cominciò, — Bettina, Elisabetta? Nessuno sapeva il suo vero nome ma difficilmente importa a qualcuno ormai. Bettina, la sedicenne con un culo così bello che a confronto tutte le altre sembravano avere imbuti rovesciati frapposti tra pantaloni e vagina. Senza esagerare, era proprio così.
Bettina la dea, Bettina sederina, Bettina blabla, erano alcuni tra gli appellativi più comuni negli scambi d’intesa maschili, quelli seguìti da occhiate sottintendenti e sfioramenti coi gomiti. Belle labbra rosse come sanguinassero da mattina a sera, capelli castani incolti stile casa nella prateria versione post coito, indossava spesse volte una salopette di jeans chiara con bretelle su delle t-shirt esclusivamente in colori pastello. Aveva delle graziose caviglie sempre scoperte ed era solita non indossare calzini dentro le scarpe da tennis. Era gentile, intelligente e tutti ma proprio tutti fantasticavano su di lei, anche le donne. Una ragazzina invidiabile che aveva smesso di utilizzare il retainer e aveva cominciato a truccarsi le guance di un rosa pallido e a mettere del blu sopra le palpebre.
Bettina aveva soltanto un problema non trascurabile: era afefobica in modo cronico. A cosa servivano tanta bellezza, un corpo così sodo e invidiabile e tanta femminilità se il solo contatto fisico la faceva andare fuori dai gangheri o le causava attacchi di panico ? Simple, a un fottuto di niente. Il disturbo non era neppure di natura conscia cosa non piacevole per i ragazzi con cui accettava di uscire. Era come se l’afefobia si impadronisse di lei soltanto nel momento in cui qualcuno la toccava in modo passionale, come dire un abbraccio più intimo e duraturo, un bacio o il solo nobilissimo e normalissimo tentativo di palparle il sedere. Assurdo. Dapprima la ragazza si mostrava accondiscendente con tutti, anzi sembrava quasi che volesse tutte le attenzioni tattili di questo mondo, e quando qualcuno ovviamente ci cascava, lei cominciava a vibrare tutta e a stramazzare al tappeto con gli occhi sgranati e i denti stretti. Pareva che qualcuno la prendesse col taser o roba di quel tipo lì. Un giorno era a casa da sola e mentre se la chattava con un novello malcapitato, sentì bussare alla sua porta. Normalmente aprì esternando al suo ospite uno dei suoi sorrisi tanto belli da essere fuori luogo, inquietanti. Sulla soglia della sua porta c’era un tizio sulla quarantina tutto ricurvo e grassoccio con gli occhi piccoli, uno che di lì in avanti fu soprannominato dai media locali Mr. Bruttapiega. Lei chiese: “ Salve, cosa posso fare per lei? ” e lui sembrò lanciare un’occhiata alle spalle di lei come per setacciare gli angoli remoti della casa in vista di qualche altra presenza umana. Ma la ragazza era sola, e quando lei ripeté la domanda il tizio le rispose: “se vuoi aiutarmi vieni qui e bip bip vietato ai minori”. Lei rimase impietrita sapeva bene cosa stava per accaderle, specialmente quando quell’essere la spinse e si addentrò tra le mura domestiche. Certe situazioni non sono difficili da immaginare, figuriamoci a considerarle dal punto di vista di una fragile ragazzina afefobica. Lui le diede un ceffone con una mano e con l’altra chiuse la porta dietro di sé, brutta storia, per Bettina la faccenda stava per prendere una Brutta Piega. I soccorsi arrivarono dopo un pezzo, perché nessuno aveva allertato nessuno e i genitori di Bettina erano rincasati almeno tre ore dopo l’accaduto. Simple.
Percosse, abuso lì, abuso pure lì, abuso anche di quello, percosse, abuso lì ancora, abuso del contrario di scritto, percosse, percosse, percosse. Ma lei era viva, in una barella con un respiratore, un sacca di sangue da assimilare e una costola che pareva un grissino, ma viva.

Tutto quel parlare di Tomato ebbe su di me un effetto soporifero e di punto in bianco cominciai ad avere serie difficoltà nel tenere la strada. Un paio di volte rinsavii acrobaticamente, lei non si accorse di nulla. Ma avevo ascoltato tutto in ogni caso, ero molto portata per quel genere di multitasking. Era come tutte quelle volte che mi addormentavo davanti a un film eppure al mio risveglio ero capace di giurare di conoscere ogni dettaglio della trama. Un potente senso di ascolto indiretto, roba di cervello autonomo. Non so di cosa sto parlando. By the way…

– Ma mi stai ascoltando, lentiggini ?
– Per un attimo mi sono fermata a chiedermi perché Bettina non indossasse il calzini nelle scarpe da tennis. Magari è una stupidaggine ma qualcosa mi dice che la chiave dell’accaduto passa da lì. Ecco.
– Potevi dirlo subito che eri rimasta lì.
– Non sono rimasta lì, mi chiedevo solo questa cosa, ho ascoltato anche il resto però.
– Tu sei sempre convinta che troveremo una risposta alle tue domande una volta arrivate lassù. Perché stiamo andando su?
– Lo spero sono quasi stata capace di credere che la mia amica Simona fosse in qualche modo stata risucchiata dal suo smartphone. Poi che è successo a Bettina?
– Nulla più.
– In che senso, cioè perché me ne hai parlato fin qui?
– Per ammazzare il tempo rossa, rilassati un po’.

Ogni volta che qualcuno mi parlava di relax, il cervello mi andava in crisi e a momenti la mia incontrollabile epistassi infantile tornava in auge. Ovviamente Costievic aveva la sua opinione sul mio fattore rilassamento. Ovviamente io degna erede di Pico Della Mirandola, potei sentire le sue parole precise riecheggiare tra le mie membra.

“Sa che può rilassarsi facendo esattamente quello che più le apporta stress psicofisico? Proprio così, io lo chiamo il Fattore Antitetico-Procurato di Costievic. Il procedimento da me proposto durante il periodo del mio dottorato di trent’anni fa, illustra come i benefici dell’accettazione possano essere amplificati dalla mente umana previo un percorso di stress auto indotto. Si può agire un due modi differenti : a) Per Avvicendamento prolungato – ovvero varcando la soglia di tolleranza con prove di masochismo distribuite per categorie e ore lungo il corso della giornata. In soldoni, il training consiste in prove di flessibilità del tipo : alle ore tredici in punto mangerà ciò che non le piace mangiare. Alle quattordici e diciotto, tanto per infastidirsi ancora di più utilizzando un orario privo di senso logico, mangerà ciò che le fa proprio schifo. Terrà quel saporaccio tra palato e lingua per ben tre ore e alle diciassette in punto mangerà ciò che le piace di più. Dopo un’ora ancora proverà a mangiare ciò che le fa proprio schifo dopo essersi del tutto liberata di ciò che le piace di più buttandolo in una pattumiera, e subito dopo si nutrirà di ciò che non le piace mangiare. Alla fine noterà che ciò che non le piace mangiare sarà ciò che preferisce rispetto alle alternative rimaste. Ovviamente il tutto da applicarsi alle varie faccende personali, il cibo è solo un mero esempio..
b) Per Dissuasione ciclica, che consiste nel selezionare una causa di stress e isolarla per un periodo di tempo, perseverare in essa in modo pedissequo fino al raggiungimento della soglia di tolleranza. Dopo la nevrosi, dovrebbe odiare ancora di più la fonte problematica interessata, altrimenti parleremmo di una terapia d’urto, odiarla a tal punto da renderla insignificante per sottrazione di enormità. La odierà a tal punto che vi rinuncerà a vita, e stavolta, evitando che una sensazione di mancanza o disagio si frapponga tra lei e l’azione stessa. Mai tenterà di farsela piacere, o accondiscenderà ad inoltravisi di li in avanti. Una volta rinunciato al proprio esempio di stress si può passare senza fretta a quello successivo. Con questa variante b) consiglio sempre di assumere una blanda dose giornaliera di delorazepam. Ora assaggi questo tè misto della Depressione di Dancalia, mi è costato un occhio della testa ma io e mia moglie ne andiamo fierissimi. ”

La strada andava via via migliorando quanto a qualità del manto. Adesso potevo accelerare un pochino. Sentii gli occhi di Tomato scrutarmi in modo curioso, incrociai il suo sguardo. Era buio pesto fuori, eccetto che nello spettro dei miei fari. La mia più grande paura era quella di investire qualcos’altro di vivo, qualche scoiattolo o lepre incauta, una volpe…

– Lentiggini te lo devo dire, ogni tanto fai una cosa strana con gli occhi come se ti mettessi a pensare a qualcosa o ti spegnessi. Ce la fai a guidare sì?
– Sì, credo di sì scusa. Ogni tanto mi viene in mente il parlato utile di una persona.
– Cioè senti le voci?
– Quasi, in effetti se ci penso è come se ne sentissi l’accento dell’est.
– Bene nuova amica se accosti io scendo, è stato un piacere ma non vorrò esserci quando ti metteranno la camicia di forza trascinandoti in un furgone. E’ chiaro che sei evasa da una struttura pubblica, come si chiama quella del versante, Martiri Redenti ? Ora che ci penso non ti ho mai vista a LaVì. L’auto è rubata?
– Non sono evasa dai Martiri Redenti. Potrei dire lo stesso di te Tomato, ci pensi ? E comunque vorrei sapere di Bettina, che ne è stato ?
– Lo chiedi a me?
– La conoscevi?
– Direi di sì.
– E?
– E Bettina ebbe da fronteggiare le difficoltà fisiche e psicologiche di una convalescenza lunga e dolorosa alla quale si sarebbe volentieri sottratta. Si chiuse in se stessa per un pezzo e cominciò a dimagrire, divenne insonne fino al giorno in cui rigirandosi nel suo letto morbido notò sul guanciale una sagoma indefinita. Era un essere di qualche genere ma lei non seppe identificarlo come un animale. Si sentì paralizzata perché quel coso cominciò a parlare una lingua tutta sua che riecheggiava all’interno della sua testa.

– Non può essere.
– Invece sì, sta zitta.
– . . .
– Bettina immobile ascoltò tutto quel ciarlare incomprensibile, una lacrima le corse lungo il viso e andò a umettare il cuscino espandendosi.
Quel coso poi smise di parlare e si addentrò nell’orecchio della ragazza, che urlò a squarciagola immobile, impossibilitata a reagire. Lo sentì attraversare la carne come fosse un fluido molto denso.
– Che vai raccontando…
– Davvero, e Bettina ebbe un risveglio quasi normale il mattino seguente. Disse alla sua migliore amica di sentirsi un po’ turbata per via di qualcosa che non riusciva a capire ma che correlava alla notte precedente.

– Quindi era finalmente riuscita ad addormentarsi.
– E’ una soluzione logica, e quello da lei vissuto potrebbe essere stato un incubo, sta di fatto che lei non è tuttora pronta a giurarlo.

– Se non era un brutto sogno come ha fatto a continuare a vivere con quell’insetto conficcato nell’orecchio?
– Chi ha mai parlato di insetti ? Non dare le cose per scontate per favore. In ogni caso da quella mattina in avanti lei fu diversa per sempre. La sua indole gentile venne sostituita con l’arroganza, la sua pudicizia lasciò il posto a una lascivia smodata che a confronto Laura Loringa, quella più ninfa della scuola, era una suora. Betty, divenne anche sgarbata col prossimo e molto poco altruista, passava le giornate a bere alcolici e a procurare il male al prossimo ogni qualvolta si presentasse l’occasione. Camicie logore, giacche di pelle e anfibi soppiantarono il suo outfit color pastello. Per tutti Bettina era irriconoscibile, lei lo sentiva.

– Il trauma forse.

– Già, ma allora arriviamo o no ?

– Ci siamo quasi, dopo quella curva sempre dritto a salire per un minuto.
– Quindi hai una sorella poco più giovane di me, deve essere carina, la immagino come te ma con più lentiggini e i capelli a caschetto, anche più gracile.

– Ci sei quasi ma hai dimenticato il suo tratto più caratteristico, è una stronza e anche i capelli sono quelli di una stronza.
– Hai una considerazione davvero buona di lei vedo.

– Non mi va di parlarne, sincera. Eccoci arrivati.
– Perché qui?

– Non lo so, Simona viene sempre qui.

Eravamo arrivate in cima a LaVilla L. Il centro cittadino ci aveva accolte con tutto il suo oscuro disagio pre notturno. Era solo ora di cena e ogni casa taceva, ogni negozio chiuso incuriosiva con le sue vetrine illuminate per i passanti, ogni anima era lontana. Sentimmo un cane abbaiare nel buio. Poi i nostri smartphone vibrarono quasi simultaneamente.

Il mio faceva un riassunto di tutto quello che era successo a me e Tomato durante il tragitto. Inquietante ma oramai accettato. Continuava a narrare tutto come se fossimo in un libro. Poi indicava:

!XoX? Location raggiunta; Ziqqurat. Time : 3h02

Io in ogni caso non vedevo nulla che somigliasse neppure vagamente a una piramide. Una storia assurda, lì poi, dove ?

— In cielo— disse Tomato improvvisamente. Mi sembrò che mi leggesse nel pensiero.

Scendemmo dall’auto lentamente e avvertii fin da subito che Tomato in fin dei conti era… a suo agio?  Alzai gli occhi al cielo e vidi una cosa indescrivibile. Pareva un quadrato enorme senza colore, senza dimensioni. Galleggiava letteralmente sopra le nostre teste. Deglutii. Una lama di luce apparve nel centro dell’enorme quadrato e una porzione di esso si aprì come una porta scorrevole o qualcosa del genere. Sentimmo dei rumori metallici poi qualcuno fece capolino, un ragazzo di colore, senza capelli.

— Aho, a pisché! — disse da lassù. Parlava un dialetto strano.

— A’ Alus, so io, Tomato!

—Ammazzate a’ Bettì che ce fai su sta piazza?

— E poi te spiego, senza che famo troppa caciara de qui. ‘Nnamo che me sta a svanì er Marchese mensile dall’ansia.

Quella era una scena del tutto surreale. Quel tizio nel cielo aveva appena chiamato Tomato, Bettina? E come parlavano…

Li fissai entrambi esterrefatta.

—Venite sopra nun me fate sortì co sta canicola, sto tutto condizionato quaddentro! Ve mando l’oggetto superfluo.

Una scala fatta di led verde fluo prese a scendere dalla fessura. Cominciai a dubitare della mia facoltà mentale.

 

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