!XoX? - Episodio II [Anomalia] - La pellegrina dei cespugli
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Testo di Candy B. Rose
Design e illustrazioni di Rossana Elena De Rosa

 

 

 

Randomly Powered by !XoX? “©”  ????-2018 
– Android Distro no. 13.6.
DATE: 07/17/2018 / PL : Rilde_RightNow  / Quest: Unknown / Enemies: ???? / Allies: ????

 

Timing : 00:28 minutes / Backpack Status: Empty

C’era una volta una studentessa fuori sede di nome Rilde che viveva con la sua migliore amica Simona in un piccolo appartamento in centro…un giorno Simona sparì dal suo letto a castello nel bel mezzo di una conversazione…Rilde sbigottita prese a tremare in preda alla più grossa manifestazione d’incredulità possibile. Con estrema indecisione, raccolse lo smartphone della sua cara amica. Ormai lo schermo era tornato in modalità Locked ma la ragazza conosceva bene il codice segreto della sua coinquilina. Corrispondeva circa a una data di nascita, ma non di lei Simona, la data di nascita apparteneva a qualcuno che lei riteneva un pilastro molto importante nella sua giovane vita, qualcuno che era sempre stato con lei fin dal periodo dalla tarda infanzia, il periodo dei diari, della vita leggera, degli amori di sms. Questo qualcuno era il suo beagle Wittgenstein, il fu, tristemente…

Zero due, Zero quattro, zero cinque. Il dispositivo animò il lucchetto dall’aspetto arrotondato posto in alto sullo schermo. Tutte le applicazioni di Simona si posizionarono velocemente all’interno delle loro cellette di costrizione. Il sistema operativo era Miui, con quell’interfaccia capace di fare le capriole che da sempre sapeva come innervosirmi in brevissimo tempo. Aprii la galleria ovviamente e vi trovai il selfie di Simona. Occhi chiusi in totale beatitudine i capelli stranamente liberi da ogni costrizione. Da quando la conoscevo, ogni volta che varcava la soglia di casa sembrava avere la necessità di riempirsi i capelli di bigodini. Una strana, maniacale inclinazione, come una cattiva abitudine di costume genitoriale o qualcosa del genere…Quanto a me, mi chiesi di punto in bianco come mai fossi ancora lì immobile a ragionare. Mi guardai intorno, era dannatamente impossibile che Simona mi stesse tendendo un curioso tranello, che fosse sgattaiolata via per far sì che io la credessi svanita nella nebbia. Non l’avevo mai vista scendere da lassù, oltretutto quando lo faceva, tutta la struttura del letto a castello dava un senso di totale precarietà, tremava tutto come se stesse per crollare. Ah, non dimentichiamoci della mia misteriosa applicazione, che sul mio smartphone decantava il tutto con l’arroganza di un cinico narratore onnisciente.

Timing : 00:30 minutes / Backpack Status: Empty

A quel punto, Rilde fece la cosa più sensata possibile. Cedette al fascino dell’inverosimile. La realtà le parve all’improvviso un concetto molto relativo. Guardandosi intorno si rese conto ben presto che tutto aveva preso una piega un po’ distorta. Gli oggetti che la circondavano, i suoi pezzi d’arredamento, gli odori, i colori, tutto le sembrò una specie di caricatura del fattuale, un po’ di tachicardia e sudorazione…

Guardai lo schermo del mio smartphone, scriveva una marea di stronzate in tempo reale, eppure sapeva essere molto preciso nei riguardi della realtà. Io a quel punto raccolsi il mio fjallraven e uscii di casa. La porta tuonò alle mie spalle con un riverbero tale da far tremare la tromba delle scale. Se qualcuno fosse venuto fuori come un topo dalla propria abitazione e mi avesse vista, shorts gialli da tennis, ciabatte adidas e t shirt upper ombelicale dei Nine Inch Nails, avrebbe fatto bene a mandarmi al diavolo e a chiamare la polizia.

Timing : 00:31 minutes / Backpack Status: Empty

Rilde raccolse il suo immancabile zaino e uscì di casa. Chiudendo la porta alle sue spalle con poca delicatezza fece vibrare tutte le pareti, un quadro cadde e si infranse, poco male…

Giuro tuttora che non ho idea del perché mi misi a guidare, senza una meta precisa oltretutto. Il sole inquinava ogni lato del cielo e aveva cominciato la sua doverosa discesa oltre le montagne che attorniavano la nostra bizzarra città adottiva. Il cartello denominativo che recitava Benvenuti a LaVilla Lacustre – Anno di Fondazione 1779, Abitanti ventiduemila seicentouno, aveva un aspetto decisamente più radioso del solito. Opera delle nuove cornici intarsiate di catadiottri fortemente volute dall’amministrazione comunale riunita. Qualcuno al potere aveva notato che la spesa media per la frequente riparazione del cartello cittadino— la cui univoca funzione era quella di fare buona cera ai forestieri—, addotta a quella sanitaria della pronta assistenza medica, superava di gran lunga quella dell’acquisto dei plastici riflettori di luce impropria. Tutti cozzavano contro quel cartello e da qualche settimana in città se ne chiacchierava animatamente, soprattutto tra gli anziani imbottiti di sacchetti per la spesa fuori dagli esercizi commerciali, o tra un tempo e l’altro delle partite di calcio a cinque nei capannoni sportivi.

“Ed eccoli quindi installati”, aveva detto il sindaco con tanto di striscione inaugurale, “Nella speranza che possano scongiurare l’insorgere di nuovi incidenti stradali.”

— Certo, quei cosi che riflettono luce — dissi a me stessa procedendo su quel tornante. Diedi uno sguardo rapido allo schermo del mio smartphone. !XoX? diceva:

Timing : 01:12 h / Backpack Status: Empty

Rilde procedeva sui trenta orari parlando da sola e acuendo lo sguardo, badando bene, a non forare alcun pneumatico in una di quelle simpatiche buche che costellavano il manto stradale come fosse un groviera…

—Ventiduemila seicentouno abitanti. Uno, Chi sarà mai quell’uno? Io? No, non ho la residenza. Simona? No di certo. E’ originaria di qui vicino ma non di LaVilla.

Quando ero nervosa –e capita tuttora— tendevo a parlare da sola ad alta voce. Il mio strizzacervelli dell’est, il Dottor S. Costievic, mi aveva consigliato col suo accento stereotipato di assecondare quell’esigenza. Avrebbe di certo fatto maturare in me uno spettro di consapevolezza, alla lunga.

—Forse quell’uno è un nascituro ancora coperto di muco materno, oppure il sindaco, o suo cugino…basta.

Potei risentire nella mia mente per un attimo le parole di Costievic in tutto il loro cinismo ammantato di pacatezza e professionalità;

” Si concentri esclusivamente sulla sua idea di perfezione, separi ciò che le sembra superfluo da ciò che quadra. Se è necessario si figuri esattamente il suo Ideale Separatore come quello che divide la sua spesa da quella degli altri sul rullo alla cassa del supermercato. “

Il mio palese e quasi lapalissiano senso di smarrimento dovuto a tutta quella circostanza mi rendeva diversa, nelle piccole cose. Ad esempio quando non parlavo da sola, restavo con le labbra aperte come una cretina e l’eccessiva eccitazione, l’ansia del caso, la distanza con la realtà, mi procuravano una scialorrea quasi fantascientifica al lato sinistro della bocca. In poche parole mi sbavavo addosso che era una meraviglia. Non il massimo alla guida di un’auto, convenni.

Timing : 01:17 h / Backpack Status: Empty

Rilde con una mano cieca sondò il fondo del vano portaoggetti in cerca di un fazzoletto o comunque di qualcosa che potesse avere la stessa funzione. Il cencio degli occhiali da sole ad esempio avrebbe anti-igienicamente fatto al caso suo.  L’auto sobbalzava di tanto in tanto andando giù di giri ora che il cambio era orfano di una mano attenta.  Il parabrezza cominciò quel gioco di velature condensate tanto care agli automobilisti, e poi c’erano sempre le ottime, vecchie buche. In men che non si dica Rilde…

Mi ritrovai attonita, fuori dalla mia auto a fissare il corpo di una ragazza sbucata da un cespuglio come fosse una lepre. Era immobile e il suo impatto violento aveva deformato il muso della mia vettura. C’era stato un  tonfo secco, annichilente. Restai lì a fissare il corpo per dieci minuti buoni con una mano formicolante che ormai tremava, si muoveva da sé, era serrata in un pugno che escludeva il pollice. I fari del mio vecchio scassone nel tramonto inoltrato, illuminavano il tutto come fosse un diorama processuale, una ricostruzione in gesso dei soggetti sulla scena di un crimine. Il caldo stava lasciando spazio a una piacevole frescura, il venticello accarezzò la mia nuca sudata inebriandomi lì dove avevo appena commesso un… non seppi come chiamarlo. Delitto? Eravamo su una strada molto isolata ad almeno cinquecento metri sul livello del mare. Mare che in ogni caso non c’era.  Sentii ancora l’accento bizzarro ma non troppo di Serjei Costievic che mi attraversava le membra come una coscienza più pestifera.

” Ventiduemila seicento…Ops, abbiamo ucciso l’uno. Poco male.” 

— Porca di quella p…— urlai e sferrai un calcio a un ciuffo d’erba a bordo strada. Diedi le spalle all’incidente quasi in lacrime.

“Cara Rilde lei è in buone mani con me, sono certo che troveremo una strada adatta alla sua condizione nel periodo della sua permanenza qui in città. Ma non si stressi eccessivamente con lo studio, le va un tartufino al cacao, o una ciliegia morello?”

Come se il tutto non fosse già abbastanza, mi venne anche la grottesca esigenza di mingere. Un’urgenza seria e violenta.

Timing : 01:30 h / Backpack Status: Empty

Rilde si guardò intorno e valutò che erano almeno trenta minuti che non incrociava un veicolo. Quel luogo era pressoché deserto per lunghi segmenti di tempo. Pensò di tirar giù, lì a bordo strada, i suoi pantaloncini in tronco e liberarsi. Persino in quel momento cosiddetto “privato”, non riuscì a distogliere lo sguardo dalle gambe divaricate della giovane sconosciuta che giaceva davanti all’auto…

Solitamente legavo i miei capelli, piuttosto lunghi, ma in quel momento erano liberi, sciolti. Nella posizione in cui ero, accovacciata nella penombra, consentii alle estremità della mia chioma di sfiorarmi i glutei. La sensazione mi fece trasalire. Pensai che qualcosa mi stesse toccando, un insetto, cose così. Fu proprio in quel momento così surreale che la mia vittima, emise un lamento sommesso seguito da alcuni liquidi colpi di tosse. Tirai su i pantaloni velocemente senza badare a nulla, a nulla! Mi avvicinai lentamente alla sagoma che sembrava una proiezione cinematografica lanciata dai fari fievoli della mia scatoletta su ruote. Aveva gli occhi spalancati che roteavano in cerca di appigli e fortunatamente respirava.

— Stai male vero? — avanzai. Non ero mai stata un’artista nella scelta delle parole durante le situazioni delicate. Non mi aspettai neppure di sentir parlare “l’investita”. Per me il mondo aveva, badate bene, aveva delle pieghe schematiche di natura logica in cui le vittime accidentali muoiono e stanno zitte e gli assassini fortuiti vivono e parlano tanto. Manicheismo di forma.

— Mi hai stesa rossa— fece il cadavere, non poi così morto.

Ebbi pressappoco un infarto ma poi nella sua voce carpii quasi un tono di gioviale sarcasmo. Ebbi un barlume di speranza riguardo alla gravità della faccenda e con mio immenso stupore, vidi la pellegrina serale dei cespugli mettersi seduta senza sforzi. Si guardò i vestiti e contemplò delle escoriazioni su ginocchia e gomiti e anche sui palmi delle mani. Poi mi fissò piuttosto seccata.

— Giuro che se lo rifai ti ammazzo, guarda le mie mani, sai quanto brucia?

— Ma stai bene almeno, non ho frenato in tempo.

— Non hai frenato punto, lentiggini.

Doveva avere sì e no diciotto anni la rediviva ed era tornata alla ribalta con tutta l’invisa, indisponente veemenza delle ragazze della sua stupida età.

“Ventiduemila seicento e una rompiscatole arrogante, gradisce dei cracker? Si serva pure insisto e sia pure triviale con me se le va, è liberatorio e l’asseconderò volentieri” 

Ormai mi ero fritta il cervello. La mia coscienza parlava in completa autonomia utilizzando la voce del mio terapeuta.

— Ma tu— le puntai il dito contro, —Sei sbucata così a caso, fortuna che stai bene. Sai che rottura, dover superare la cosa intendo.

— Cosa?

— L’omicidio dico. Te la immagini tutta quella trafila processuale, giudiziaria, la magistratura e poi vallo a spiegare che si è trattato di un incidente, non ci sono testimoni qui. Si andrebbe avanti per anni e anni, mi confischerebbero la patente e allora addio escursioni, università, centri commerciali, addio tutto. Abito in basso io capisci? Per non parlare del mio lavoro part time, sono impegnata io. E poi penso al senso di colpa, voglio dire, togliere la vita a qualcuno, no. Io non potrei farcela. Assurdo.

La ragazzina mi guardò allibita e sbuffò.

— Si ho capito, aiutami ad alzarmi. Parli un sacco.

—Non so se puoi alzarti— le dissi con tono di supplica, cercai di non essere avventata. — Forse non dovresti muoverti, li hai mai guardati i film?

— Sollevami cretina!

Timing : 01:51 h / Backpack Status: Empty

Rilde con fatica aiutò la ragazzina ad alzarsi. Non che fosse troppo pesante, ma lei non era mai riuscita a smuovere un sasso nella sua vita. Ne uscì quindi drammaticamente affannata, specialmente dopo aver adagiato la sua nuova conoscenza allo sportello chiuso dell’auto. Lato passeggero. Si prese un attimo per respirare, le mani sulle ginocchia. 

— Stai morendo lentiggini.

Aveva ragione, stavo morendo, i miei anni da fumatrice non aiutavano per niente in quelle circostanze.

— No— scongiurai, — E’ tutto okay, sto bene.

E non parlammo per qualche minuto. Era calato il buio ormai e in quella porzione di strada l’oscurità era davvero densa. L’unica fonte luminosa erano i fari della mia auto che però illuminavano quasi esclusivamente la loro destinazione. Fratte, e segnaletica verticale arrugginita.

—Comunque le mie non sono lentiggini.

— Che? Quelle che hai in faccia qui, qui e qui— la ragazzina cominciò a infilzarmi il viso con le sue dita giovani e ossute. Poi fece scorrere il suo mignolo lungo la mia guancia sinistra accarezzandomi la cute.

— Sono efelidi mi han detto, e dovrebbe esserci una qualche differenza ma non ne so niente. — Glielo dissi ma non so perché.

Lei mi guardò con il volto della noia.

— Dove andavi con l’auto alle…— consultò il mio orologio strattonandomi per un braccio. — 2 e 50 del mattino? Cielo! Per quanto sono rimasta priva di sensi?

— Ma che dici, il mio orologio è fermo, tutta scena. E’ appena tramontato il sole. Comunque sto cercando un’amica, è scomparsa da un po’. In realtà non sto cercando nessuno, guidavo e basta nella speranza che lei, Simona cadesse sulla mia auto facendomi perdere il controllo della vettura rovinosamente per poi portarmi all’inferno giù da uno di questi orridi. Scusa non ci sto capendo nulla di questa giornata.

Ero piuttosto esausta mi sarebbe piaciuto montare in auto e spegnere i fari, accostare e addormentarmi lì, nella pace boschiva di quelle curve.

—Capisco— la ragazzina si raccolse i capelli, aveva la pelle madida e una giacca color cenere. — E per poco non mi ammazzavi. Comunque dovrai darmi uno strappo a casa. Piacere di conoscerti anyway, io mi chiamo Tomato.

Aveva un nome piuttosto stupido. Non era un nome quello lì, col cavolo che lo era.

—Dove vivi?— Non ce la feci,— Che nome sarebbe?

—Alla legnaia, le Finnica. Ti metto Waze.

Sapevo benissimo dove accidenti fossero le Finnica e non avevo alcuna intenzione di spingermi fin lì. Era dal lato opposto del promontorio a forma di uovo sul cui vertice sorgeva LaVilla Nuova. Per arrivarci avremmo impiegato almeno un’ora, io pertanto avevo ben altro a cui pensare. Sentii una vibrazione alla gamba destra. Lì avevo stipato il dispositivo di Simona. Lo estrassi e guardai lo schermo. Una notifica push diceva: Anomalia! Un oggetto superfluo di un verde super fluo. 

—Maledizione!— esclamai a denti stretti, ma attirai l’attenzione di “Tomato”.

—Che hai lì?— indagò.

—Nulla, cose che devo fare.

Avevo voglia di tutto ma non di mettermi a spiegare le mie assurde vicende a quella ragazza. Improvvisamente i fari della mia auto si spensero e io cominciai a temere il peggio.

—Ecco. Se la batteria di questo catorcio è andata, siamo fritte. — dissi quasi sgomenta. Tomato diede due colpetti al radiatore con lo stivale.

Espirai con strazio e portai gli occhi al cielo, poi sentii vibrare l’altro dispositivo, il mio e… in stretta concomitanza giurai di aver sentito il suono di una notifica provenire dalla mia sinistra. Anche Tomato tirò fuori dalla tasca il suo dispositivo…

Timing : 02:13 h / Backpack Status: Empty

Rilde e la sua nuova conoscenza si guardarono a lungo. Le loro pupille poi presero ad altalenare dagli schermi dei loro dispositivi alle loro figure fisiche in maniera sempre più rapida. C’era poco da comprendere in realtà e loro compresero ben presto. !XoX? lo sapeva bene, ne percepiva lo smarrimento e la presa di coscienza. Sincronizzazione ultimata. Un nuovo impulso luminoso per entrambe dal basso dei loro schermi OLED, una vibrazione trillante. Tomato sorrise, Rilde per niente,  ma fu un attimo. Abbassò lo sguardo sul suo dispositivo mobile e vide un pallino rosso accanto al un logo che raffigurava un gruppo di persone. Era apposto in alto, a destra del layout dell’applicazione. La nota diceva 1. “Nuovo alleato acquisito” e quella accanto nel cerchietto coi bordi arcobaleno era una miniatura fotografica di Tomato intenta in una linguaccia e con un copricapo a forma di calotta cranica di topo.

—Waaau— fece Tomato ispezionandosi le punte delle scarpe.

Io guardai il mio schermo. Non dissi nulla.

 

Randomly Powered by !XoX? “©”  ????-2018 
– Android Distro no. 13.6.
DATE: 07/17/2018 / Main Character : Rilde_RightNow
/ Quest: Loading… / Enemies: ????
/ Allies: Tomato_flower (new)
Timing : 02:19 h

 

 

 

 

 

 

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