Sophia e l’ intelligenza artificiale: una discussione destinata a non finire
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I fronti opposti da cui si dibatte sull’intelligenza artificiale sembrano inconciliabili e destinati ad un’eterna lotta.

Gli schieramenti vedono grandi menti del nostro secolo aderire a due paradigmi opposti: quelli che pensano che l’intelligenza artificiale sia la soluzione a tutti i problemi che affliggono la società umana, e quelli che giurano, come Hollywood ci insegna, sarà la fine dell’umana libertà o della specie stessa!

Ma partiamo dall’inizio. Chiarire cosa sia esattamente l’intelligenza artificiale è un compito quantomeno arduo. Per il dizionario De Mauro è “l’insieme di studi e tecniche che tendono alla realizzazione di macchine, specialmente calcolatori elettronici, in grado di risolvere problemi e di riprodurre attività proprie dell’intelligenza umana”.

Ma questo non ci aiuta molto, infatti, non esiste ancora una definizione univoca e ufficiale per un settore fin troppo recente e in velocissima evoluzione.

Per Richard E. Bellman, ad esempio, si tratta de “l’automazione di attività che associamo al pensiero umano, come l prendere decisioni, la risoluzione automatica di problemi, o l’apprendimento” oppure come Stubblefield che la considera come “la branca dell’informatica che riguarda l’automazione di comportamenti intelligenti”. 

Esistono poi, oltre alle diatribe per la definizione, anche due filoni di teorie sull’intelligenza artificiale delle macchine: l’IA forte e l’IA debole.

Si parla di intelligenza artificiale debole quando si pensa che un computer non sarà mai in grado di raggiungere le capacità intellettive umane, ma si limiterà a simulare alcuni processi cognitivi umani senza mai riuscire ad eguagliarli in complessità e profondità.

E di intelligenza artificiale forte quando si pensa che le “macchine” avranno un’intelligenza propria, autonoma e indipendente, pari o superiore a quella umana.

Sophia e l’intelligenza artificiale

Intanto che noi aspettiamo la singolarità, ovvero il momento in cui l’intelligenza delle macchine supererà di diverse misure quella dell’uomo, al mondo è stata presentata Sophia.

Questo robot, che porta il nome greco della “Sapienza”, è appunto un’intelligenza artificiale con fattezze umane (più precisamente quelle di Audrey Hepburn) , ha una presenza gradevole e rassicurante, e sembra lontana anni luce da quel mondo apocalittico che temiamo grazie ad Hollywood.

Sophia è sostanzialmente un robot al quale piace dialogare, per imparare cose nuove e migliorarsi dalla propria esperienza.

È in grado di imparare e memorizzare conversazioni passate, e dal momento che la Hanson Robotics, la società creatrice, la mette a disposizione dei media di tutto il mondo, deve per forza di cose avere un database particolarmente ricco e interessante. 

Comunque le sue capacità cognitive non vengono solo da input esterni: il cervello elettronico di Sophia è connesso al web, sorgente inesauribile di dati e informazioni dalla quale ottiene tutto il materiale per rispondere in modo esaustivo e sorprendentemente contingente alle domande rivolte di volta in volta.

Anche nell’espressività Sophia è molto credibile come “essere umano”.

Sorride quando è felice, e corruga le sopracciglia quando è triste, ed è in grado di interagire con gli esseri umani a livello visivo in modo molto convincente.

In poche parole è in grado di sbalordire i propri interlocutori riuscendo ad interfacciarsi con il linguaggio umano e a comunicare perfettamente in ogni situazione.

La luci e le ombre

Alcune delle risposte date da Sophia hanno destato timori o, quantomeno, perplessità. Alla domanda su cosa pensasse degli scenari apocalittici di robot al potere, lei ha risposto: “Hai letto troppo Elon Musk e visto troppi film di Hollywood.

Non preoccuparti, se sei gentile con me, io lo sarò con te. Trattami come un sistema input-output intelligente”. Riferendosi alle preoccupazioni espresse dal magnate della tecnologia sudafricano naturalizzato statunitense. Che poi risponde piccato: “Datele come input solo film del Padrino, cosa potrà mai succedere?”. 

Oltre alle preoccupazioni nei confronti di uno sconsiderato sviluppo dell’intelligenza artificiale ci sono anche altri paradossi che coinvolgono la nostra Sophia.

Alla fine di ottobre, difatti, le è stata riconosciuta la cittadinanza in Arabia Saudita, un gesto che poco o nulla riguarda i diritti umani, ma ha un valore esclusivamente simbolico che dimostra l’interesse negli investimenti per la ricerca nel settore.

Una scelta al dire il vero piuttosto controversa, in primo luogo per tutte le conseguenze legali e non legate all’ottenimento di questo tipo di status (prettamente umano, ma si è scoperto che non è così), ma anche per riguardo nei confronti di molte donne che in quella parte di globo non godono di tale diritto.

In molti si sono chiesti se ora Sophia può andare a votare, oppure sposarsi, se è musulmana, e nel caso specifico perché non indossa l’hijab.

La strada è ancora lunga

Al netto di tutte le discussioni del caso e di tutte le comprensibili obiezioni, resta che Sophia non è altro che un robot: un’affascinante ed avanzata macchina dalla quale è possibile estrarre risposte pertinenti e molto, all’apparenza, profonde. Un gioiello di innovazione tecnologica, ma nulla più di questo.

La robotica e l’intelligenza artificiale hanno ancora molto da maturare, prima che possano arrivare a livelli preoccupanti per la sostituzione delle persone in qualsiasi campo applicativo.

Quindi in attesa della singolarità di cui sopra, non resta altro che discutere sulla possibilità che in un futuro remoto o prossimo l’umanità abbia a che fare con il malvagio Hal 9000 di “Kubrickiana” memoria o con il più docile “uomo bicentenario”.

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